Cocullo, San Domenico e i serpenti

30 Apr 2026

Cocullo e l festa dei Serpari. Cocullo è un pugno di casette abbarbicate su un poggio dell’Abruzzo interno, in provincia…

Autore

Antonella Caprioli

Festa dei Serpari Cocullo

Cocullo e l festa dei Serpari.

Cocullo è un pugno di casette abbarbicate su un poggio dell’Abruzzo interno, in provincia dell’Aquila, un borgo minuscolo abitato da poco più di duecento persone. Eppure, il 1° maggio di ogni anno, questo luogo appartato si trasforma in una meta affollatissima: migliaia di visitatori — forse anche quindicimila — arrivano per assistere a una delle celebrazioni più suggestive d’Italia, la Festa dei Serpari, dedicata a San Domenico e ai serpenti che ne ricoprono la statua durante la processione.

Un rito antichissimo, che oggi contribuisce anche alla conoscenza e alla tutela di questi animali.

San Domenico, vissuto intorno all’anno Mille, lasciò in questi territori un ricordo profondo, legato soprattutto ai suoi poteri di guarigione e alla capacità di proteggere dai serpenti.

La festa si apre con il rito della campanella, che precede la messa. I fedeli tirano con i denti la catena di una piccola campana della chiesa di San Domenico: un gesto devozionale che, secondo la tradizione, protegge dal mal di denti, dai morsi dei serpenti e dalla rabbia.

Si dice che garantisca protezione per tutto l’anno.

La processione dei serpari è uno degli eventi più affascinanti del folklore abruzzese: un misto di sacro e profano che affonda le sue radici negli ancestrali riti del fiero popolo dei Marsi.

Fin dall’antichità, la Marsica era nota per i suoi abili serpari, capaci di catturare e maneggiare serpenti — anche velenosi — e di ricavarne unguenti medicinali.

Questa tradizione affiora perfino nell’Eneide di Virgilio, dove compare Umbrone un guerriero marsicano incantatore di serpentie si lega al culto della misteriosa divinità serpente Angizia, venerata sulle sponde del lago Fucino e considerata una potente guaritrice, capace di controllare i serpenti e curarne i morsi velenosi.

Con l’avvento del Cristianesimo, il rito pagano  gradualmente si fonde con le celebrazioni in onore di S .Domenico  Abate, venerato per la sua capacità di proteggere dai morsi dei serpenti. Già agli inizi del Novecento era diventato un evento di grande richiamo, giunto fino a noi con immutata forza evocativa un esempio affascinante di sincretismo culturale dove i riti pagani si sono intrecciati con la fede cristiana dando vita ad una manifestazione assolutamente imperdibile.

La festa si colloca nel cuore della primavera, stagione di rinascita. Nei mesi precedenti, i serpari — eredi dei ciaralli, gli antichi guaritori locali — catturano cervoni, biacchi e bisce dal collare serpi autoctone assolutamente non velenosi.

La ricerca degli animali è parte integrante del rito e alimenta un forte senso di attesa comunitaria: la festa non è solo il giorno della processione, ma un percorso che coinvolge l’intero borgo.

I serpenti vengono conservati in cassette o terrari a bassa temperatura, così da mantenerli tranquilli e senza necessità di cibo. Al termine della festa, verranno liberati in natura nello stesso luogo in cui sono stati catturati e che dai serpari viene mantenuto assolutamente segreto.

Il 1° maggio, dopo la messa, la statua di San Domenico viene portata sul sagrato della chiesa per la vestizione: i serpenti non possono entrare in chiesa, quindi i serpari li posizionano sulla statua all’esterno.

La piazza è gremita fino all’inverosimile. Arrivano i pellegrini di Atina, giunti a piedi dal Lazio con una croce in legno di oltre due secoli; ci sono gli zampognari, la banda del paese che aprirà la processione, i devoti che mostrano con orgoglio il proprio serpente, e i turisti che cercano una foto ricordo in mezzo alla folla festante.

La statua, ormai ricoperta dai rettili, viene portata a spalla e sembra quasi galleggiare sulla moltitudine.

Al fianco della statua del Santo giovani donne in abiti tradizionali   portano sulla testa ceste con cinque pani sacri a forma di ciambella, simbolo del serpente arrotolato.

Secondo la credenza popolare, se un serpente si ferma sugli occhi della statua significa che il santo “non vuole vedere”: è considerato un cattivo presagio.

Al termine della processione, prima di rientrare in chiesa, i serparirecuperano i propri animali riconoscibili da piccoli segni sulla pelle

I serpenti, simboli di guarigione e protezione, si intrecciano alla figura del santo dando vita a un rituale potente, fusione di credenze arcaiche e devozione cristiana.

Nel suo significato più profondo, la festa esprime il desiderio di armonia tra uomo e natura, evocando protezione, rinnovamento e forza. È anche una forma di riappropriazione del “naturale”, una riscoperta della misteriosa corrispondenza tra creature diverse dell’universo,la sfida di “superare paure profonde”

A Cocullo ci si può permettere il lusso di portare un serpente al collo come fosse una sciarpa, o lasciarselo scorrere lungo le braccia. Questi animali, così enigmatici, non si ribellano ai continui tocchi né al frastuono della folla: “sanno che devono stare buoni in questa occasione”, dicono i serpari.

In passato, dopo la processione, i serpenti venivano uccisi, oggi fortunatamente questa pratica è scomparsa anzi è stato attivato un progetto di monitoraggio delle specie locali: nei giorni precedenti la festa, i serpari — muniti di permesso speciale per la cattura— portano i loro rettili in un’area dedicata, dove i ricercatori raccolgono dati sullo stato di conservazione delle popolazioni 

La Festa dei Serpari è candidata al riconoscimento come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’Unesco, per il suo altissimo valore simbolico e la sua unicità nel panorama folkloristico europeo.

B&B di Qualità

Se ami sentirti parte dei luoghi

Seguici

Antonella Caprioli